21/05/2006

EX AFFILIATI E PROTAGONISTI DI AFFARI E AFFINI: TUTTI SI SMARCANO IN DRIBBLING

StampaWeb - 21 Maggio 2006
La grande fuga dalla Gea
Roberto Beccantini
PER un popolo che non ha mai finito una guerra con l’alleato con cui l’aveva cominciata, cose volete che sia scappare a interviste levate dalla casa pignorata? Collusi ad obbedir fingendo, gli italiani danno il peggio di sé - e pazienza se, per qualcuno, è il meglio - proprio in queste circostanze. Prendete la famigerata Gea. Secondo le intercettazioni e le indagini dei carabinieri, controlla trecento giocatori e una ventina abbondante fra dirigenti e allenatori. In pratica, un intero campionato di serie A. Ebbene, improvvisamente, la memoria latita, i distinguo si sprecano, le fughe si moltiplicano. Come se la famiglia Moggi li avesse segregati con la forza (in qualche caso, forse), e con la forza mantenuti a pane e acqua.

Insomma: adesso che il gatto è al muro, i topi evitano di ballare. Perché, ballando, potrebbero dare l’idea di averne conteso, e condiviso, tana e formaggio. San Roberto Mancini - lui che per anni ha militato nella Lazio di Cragnotti, società molto Gea - nega indignato l’affiliazione che, viceversa, emerge dalla lista degli inquirenti. I «vincoli contrattuali» sono stati declassati a «proposte di sponsorizzazioni commerciali». E Paolo De Luca, presidente del Siena? «Non so neanche dove stia». Al massimo, ci ha fatto qualche affaruccio. Tutto alla luce del sole, come gli juventini nella gerenza e in organico. Marco Materazzi, zitto zitto, ha già cambiato procuratore. Alessandro Nesta ha precisato di non avere più rapporti. I meno bugiardi - fra questi, Pietro Leonardi, direttore sportivo dell’Udinese - confessano innocenti relazioni «in tempi non sospetti». I più coraggiosi - come, per esempio, Fabrizio Lucchesi, ex ds di Roma e Fiorentina - arrivano a negare di aver subito pressioni.

Marcello Lippi si smarca dal figlio Davide, papà Moggi e il di lui erede, Alessandro, si ritrovano «orfani» dall’oggi al domani. Sparano soltanto gli avversari, ma questo fa parte del gioco. Il plotone d’esecuzione che avrebbe crivellato la regolarità dei campionati, assomiglia sempre più a una combriccola di figuranti reclutati per caso, i fucili di latta e le pallottole di gomma. Altro che associazione a delinquere, concorrenza illecita e mercato sotto sequestro. O gli sceriffi hanno preso un granchio o i prigionieri dei banditi non erano poi così prigionieri. I pm non demordono. Per loro, la Gea è il cuore del grande imbroglio. Resta la fotografia di un sistema che, salvo rare eccezioni - Fabrizio Miccoli: la Nazionale non me l’ha regalata Moggi, me la sono sudata io - continua a scodinzolare dietro al Pilatismo d’occasione, via dalla nave che affonda non prima, magari, di aver ignorato il comandante.

Calcolo, bugìe, verità: presto sapremo. Nel frattempo, la diaspora sta assumendo proporzioni bibliche. È probabile che la Gea sia sciolta o si sciolga. Brinderemo a champagne. Ciò premesso, vale la pena di ripetere che, se si è gonfiata sino a diventare mostruosamente obesa, lo dobbiamo a un deficit di etica, sì, ma anche e soprattutto a carenze legislative che all’estero, di solito, risolvono a livello condominiale, senza scomodare i padri della patria. Altri padri, i nostri: e altri figli. Magari la Gea era (è) un potere così assoluto e torbido che fa ancora paura e, per questo, bagna le munizioni. Certo, dalla ressa anticipata verso l’uscita, sembra un film che tutti avevano già visto.

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